
La fotografia cita la vita
Quando ciò che vediamo incontra ciò che siamo.
«A photograph quotes life.»
— David duChemin, Photographically Speaking
Una fotografia è una citazione della vita.
Mi piace particolarmente questa definizione di David duChemin. In poche parole racchiude qualcosa che considero fondamentale nel linguaggio fotografico: una fotografia non è semplicemente la riproduzione di ciò che abbiamo davanti agli occhi.
È una scelta. Una citazione, appunto.
E quando cerco di spiegare che cosa significhi, durante le mie lezioni ricorro spesso a un esempio che probabilmente tutti abbiamo sperimentato almeno una volta.
Quando una canzone racconta la nostra storia
Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e di sentire che alcuni versi sembravano parlare proprio di voi?
Magari sono parole scritte molti anni prima, da una persona che non conoscete, per raccontare un'esperienza completamente diversa dalla vostra.
Eppure, in quelle parole, riconoscete qualcosa di profondamente personale.
Le fate vostre. Le associate a un ricordo, un momento particolare della vostra vita. Talvolta finiscono per esprimere sentimenti che voi stessi non avreste saputo raccontare altrettanto bene.
Quelle parole non sono cambiate. Ma il significato che assumono per voi può essere molto diverso da quello che aveva in mente chi le ha scritte.
In qualche modo le avete trasformate, senza modificarne una sola.
Avete preso in prestito le parole di qualcun altro per raccontare la vostra storia.
Credo che nella fotografia accada qualcosa di molto simile.
L'inchino di Arlecchino
Un giorno, passeggiando fra i vigneti di Ruttars nel Collio (territorio meraviglio e che adoro), mi sono soffermato davanti a una vecchia vite.
Il tronco si piegava in una forma curiosa. I tralci sembravano accompagnarne il movimento e, osservandola, ho riconosciuto qualcosa di familiare: un personaggio che si inchina davanti al pubblico.
Mi ricordava Arlecchino.
Non stavo semplicemente guardando una vite. Stavo riconoscendo, nelle sue forme, un gesto appartenente a un universo completamente diverso: quello del teatro, della maschera, della rappresentazione, della mia città... Venezia.
La pianta era lì, davanti a me. Non avevo inventato nulla.
Eppure quell'inchino esisteva anche grazie a ciò che portavo con me: immagini, ricordi, riferimenti culturali.
La fotografia è nata da quell'incontro.
Il cuore del Collio
Sempre nel Collio, ma questa volta tra Zegla e Preval, in un'altra vecchia vite ho riconosciuto qualcosa di differente.
Il legno contorto, le sue cavità e le ramificazioni mi ricordavano un cuore anatomico, attraversato dalle sue vene.
Era il cuore del Collio.
Non soltanto per la somiglianza con un organo umano, ma perché quella forma, proprio lì, fra i vigneti, assumeva per me un significato ulteriore.
La vite è parte dell'identità di quel territorio. Le sue radici, il suo legno, la linfa che la attraversa raccontano una storia fatta di terra, tempo e lavoro.
Quel cuore diventava così una metafora del luogo stesso.
Anche in questo caso non avevo costruito artificialmente la scena. Avevo riconosciuto nella realtà una possibilità espressiva e avevo scelto di fotografarla.
La realtà non basta a spiegare una fotografia
Entrambe le immagini rappresentano due vecchie viti.
Questo è ciò che mostrano.
Ma è sufficiente a spiegare ciò che significano?
Il soggetto di una fotografia non coincide necessariamente con il suo significato. Quest'ultimo può nascere da associazioni, analogie, metafore, riferimenti culturali e relazioni che vanno ben oltre ciò che è materialmente rappresentato. Non solo, ma il suo valore dipende anche dalle stratificazioni di questi significati.
Naturalmente, non tutti riconosceranno Arlecchino nella prima vite. E forse qualcuno vedrà nella seconda qualcosa di completamente diverso da un cuore. Ma rimane l'idea del Collio, rimane l'unicità della vecchia pianta, rimane la forza, le sinuosità, e il soggetto che ci parla..
È proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del linguaggio fotografico.
Il fotografo porta nell'immagine il proprio modo di conoscere e interpretare il mondo. Lo spettatore, a sua volta, lo incontra con la propria esperienza, il proprio vissuto, e la propria sensibilità. Lo legge, lo gusta, e se accompagnato nella lettura ne comprende tutti i livelli...
Questo non significa necessariamente che ogni immagine possa significare arbitrariamente qualsiasi cosa. Le sue forme, la sua organizzazione, le relazioni che il fotografo vi crea al suo interno e il suo contesto orientano comunque le interpretazioni possibili.
Tutto ciò però significa una cosa sola: la fotografia, come qualsiasi altro linguaggio, non esaurisce il proprio significato nella semplice identificazione di ciò che rappresenta.
Imparare a riconoscere
Torniamo allora alla frase di duChemin.
A photograph quotes life.
Una citazione è un frammento di qualcosa di più grande. Possiamo estrarlo, conservarlo e inserirlo in un nuovo discorso, proprio come facciamo con i versi di una canzone che diventano parte della nostra storia.
Il fotografo compie un'operazione analoga con il mondo visibile, attraverso la sua intenzione.
Ma per scegliere che cosa citare dobbiamo prima essere capaci di riconoscerlo.
E questa capacità non dipende soltanto dall'occhio, dalla sensibilità o dall'esperienza fotografica. Dipende anche dalla nostra cultura, da ciò che conosciamo, dalle immagini che abbiamo incontrato, dai libri che abbiamo letto, dalla musica che abbiamo ascoltato.
La cultura amplia le possibilità del nostro sguardo.
Per questo sono convinto che imparare a fotografare non significhi soltanto acquisire competenze tecniche o di linguaggio visuale.
Significa anche coltivare gli strumenti con cui interpretiamo il mondo.
Perché, in fondo, non fotografiamo soltanto ciò che abbiamo davanti agli occhi. Fotografiamo anche attraverso tutto ciò che abbiamo dentro di noi.
È da questa idea della fotografia come linguaggio che nascono anche i miei workshop: incontri dedicati alla luce, allo sguardo e alla costruzione del significato fotografico.
Principi, non ricette.
